quantestorie

STANZA 31

, , , — Inviato da quantestorie @ 19:06

 

 

                    

       

 

 

 

 

 


               “Dottore?”

“Sì?”

“Vorrei parlarle. Se ha un minuto...”

“Prego.”

Indicazione di una poltrona, giro della scrivania.

“Mi dica.”

Non dici: vorrei sfidare il suo codice oscuro, pulirmi le scarpe sul potere delle sue parole, dette e non dette. Dici: (Continua)

EL CHILAMATE - storia per chi non dorme

, , — Inviato da quantestorie @ 23:22

 

 
 
 
 

 

 

 

 

C’è in Nicaragua un albero che ha nome chilamate. É molto alto e ha molti rami e molte foglie verdi brillanti, grandi quanto la mano di un bambino. Fa anche molta ombra e le radici sbucano dal suolo come nastri dalle morbide curve, così che viene naturale, incontrandone uno, sedersi ad aspettare, per esempio, oppure solamente sedersi. A parte questo non sembra che ci sia in un chilamate alcunché di speciale, e invece c’è.

L’albero è sacro al sogno. (Continua)

NUDO FATTO CRUDO

, — Inviato da quantestorie @ 12:32

 

 

 

 

 

 

   

 

 

È di nuovo maggio. Il ventuno? No, il ventitré. Gesù, di già. Gli scrutini sono alle porte.

Tore, in poltrona, si stira i muscoli nella penombra della finestra accostata quando la pendola suona le cinque; dormii troppo, si rimprovera, e inforcati gli occhiali va a scaldarsi il caffè.

Mezz’ora più tardi è immerso nella correzione dei compiti di greco. Senza preavviso una fitta, più acuta del solito, lo fa trasalire.  (Continua)

LA FACCIA DI UNA

, , , , — Inviato da quantestorie @ 12:19

 

 

 

 

 

 

 

 

Confusa, si guarda le mani. Sono le stesse, non c’è alcun dubbio. E allora? Perché dovrebbero essere diverse? E soprattutto, se non loro, che cosa è diverso? Per l’ennesima volta ripete (ma a chi?): dovresti guardarti in faccia; c’è uno specchio, di là.

E per l’ennesima volta no, non è proprio il caso.

Quando è successo: no, non quando, dopo. Dopo che è successo: no, nemmeno questo va bene. Non appena, ecco, così tutto va a posto. Non “appena è successo”, no, questo stabilirebbe un prima e un dopo al quale non è ancora pronta, o al quale non s’è ancora arresa, bensì “non appena”, un tempo ancora sospeso, privo ancora di forma.  (Continua)

IL SOGNO DI MICHELE

— Inviato da quantestorie @ 11:55

 

 
 
 
 

 

 

 

 

 

Quella mattina (i primi di luglio come ora, proprio un anno fa) Michele, sul terrazzo, mi disse di avere fatto un sogno.

Vedeva la città dalla finestra della sua stanza, però molto dall'alto, come se il suo palazzo avesse avuto almeno venti piani e la sua casa se ne stesse diciamo al diciottesimo. Nel cielo della città, tra i tetti delle case e sulle piazze, volavano in formazione centinaia di gatti, di tutti i colori ma principalmente neri. Volavano perché avevano le ali: ed erano fatte di libri aperti, con le pagine che battevano l'aria, nel silenzio della città (nei sogni di Michele la città è sempre silenziosa). (Continua)

BUONE NOTIZIE

, , , — Inviato da quantestorie @ 11:30

          

 

 

 

 

 

È una sera di quasi primavera. In mattinata Maddalena ha ricevuto una lettera: la sua amica Cristina, da Milano, le scrive che da lei fa ancora freddo e non è tempo di metter via il cappotto. Maddalena vive più a sud e legge seduta sul pavimento a gambe incrociate, in pigiama, davanti alla finestra socchiusa. Passa un aereo ma ben oltre le nuvole, se ne vedono solo le luci e non si sente alcun rumore.

In strada, proprio mentre Maddalena si alza ripiega la lettera e la mette nel cassetto del tavolino sotto il davanzale prima di ficcarsi a letto, un uomo torna a casa.  (Continua)

VOLO ovvero doppia storia dell’unica visione del doppio uccello

— Inviato da quantestorie @ 16:47

 

 

 

 

 

 

 

Raccontano, generalmente nei lenti tramonti di paese – ma da oggi forse inizieranno a parlarne, o meglio a dirne, con la massima semplicità possibile, anche negli aggrovigliati tramonti di città – che in un lago non lontano da qui viva un uccello del quale non si può sapere la natura, se non che essa è bianca o comunque chiara, e rapido il suo volo ascendente.

Il racconto, in un tramonto che era cauto per pudore e passione, e non per pigrizia né per prudenza o paura, non giunse da voce umana, né animale peraltro, bensì dalla forma delle ali di quell’uccello mitico: esse sbucarono insieme al suo corpo saettante dalle acque del lago di cui non dirò il nome, e si proiettarono in aria con una rapidità percepibile e festosa, perciò miracolosa.  (Continua)

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