quantestorie

DONNA IN NERO

— Inviato da quantestorie @ 21:39
 

 

“Il vivere ha di queste cose: ogni tanto si rimane a zero.”

Clarice Lispector

 

   

 

Lei è nel bagno, seduta sulla tazza. Sta leggendo un’intervista a Kubrick sulla guerra. Legge, e si chiede come sia stata tradotta, se non ne abbiano stravolto il senso, dopotutto.

Ma che cosa importa. Che cosa importa.

Non è di questo che vorrebbe parlare, non di questo vorrebbe scrivere. Vorrebbe come tutti scrivere quel che non è stato ancora scritto, naturalmente.  (Continua)

CARNALE

, , — Inviato da quantestorie @ 16:20
 
 
 
 
 

 

   

‘É l’ultima volta che prendo un autobus da vergine. É l’ultima volta che vedo con occhi di vergine questo negozio di dischi che conosco come un museo. Chissà se avrò mai un giradischi tutto per me. Chissà se sarà facile leggermi in faccia, tra poche ore, che l’avrò fatto per la prima volta.’

Era una giornata di dicembre, mercoledì o giovedì ventisei dicembre, Santo Stefano. Il sole era alto, il cielo terso, l’aria aguzza e fredda. L’autobus quasi vuoto lasciò il capolinea girando leggero intorno alla piazza mostrandole il mondo in un cerchio perfetto. La città, che per quel poco che ne conosceva, lei che da sola non usciva quasi mai e senza comunque allontanarsi dal quartiere dove era nata e cresciuta, le appa­riva in genere nemica, incomprensibile e ostile: quel mattino le riservava invece all’improvviso una sorpresa, una cedevo­lezza che stordiva. Le strade, una dopo l’altra, le si arrende­vano davanti e intorno.

“Lo so, vuoi fare l’amore. Con me.”

Era vero. Avrebbe preferito una domanda ma la risposta sa­rebbe in ogni caso stata: sì.  (Continua)

STANZA 31

, , , — Inviato da quantestorie @ 19:06

 

 

                    

       

 

 

 

 

 


               “Dottore?”

“Sì?”

“Vorrei parlarle. Se ha un minuto...”

“Prego.”

Indicazione di una poltrona, giro della scrivania.

“Mi dica.”

Non dici: vorrei sfidare il suo codice oscuro, pulirmi le scarpe sul potere delle sue parole, dette e non dette. Dici: (Continua)

LA GUERRA DELLE STELLE - SECONDA E ULTIMA PUNTATA

, , , — Inviato da quantestorie @ 13:02

 

   
 
 

 

 

   

Uscita dalla macchina il vento mi prese alla sprovvista, e lo scialle mi si impigliò nella portiera che sbatté, chiudendosi con uno scatto sulle frange nere. Sentii ridere, tante voci che ridevano, tante che mi girai di scatto, e gli occhiali da sole nel girarmi mi caddero dal naso: le risate salirono di tono, e abbacinata vidi nel cortile dell’edificio grappoli di bambini che ridevano guardando la straniera, che ridevano della straniera incapace. Goffa, felice mi scoprivo al di là di ogni dubbio, e oggettivamente mi sentivo, straniera: qualche cosa mi veniva a sottrarre all’abituale dolore che mi era inevitabile provare sentendomi tale anche quando non lo ero, anche dove non avrei dovuto esserlo. Risposi alle loro risate ridendo; intanto ero riuscita a liberarmi, e raggiunsi i miei due uomini al caffè sul lato opposto della strada. (Continua)

LA GUERRA DELLE STELLE - PRIMA PUNTATA

, , , — Inviato da quantestorie @ 00:13

 

 

ماطماطة

القديمة

 

 

 

 

Quando partii per la Tunisia avevo con me, oltre a una certa quantità di oggetti che sarà inutile elencare ma che forse verranno nominati qui e là, e forse no, due certezze: che avrei visto il Sahara, e che Sahara significasse: nulla. Entrambe le cose furono vere per metà.

La storia andò così.

Eravamo oramai da alcuni giorni in un’oasi, una grande oasi costruita e abitata, con più di una locanda e – meraviglia – più di una libreria.

"Tutti devono leggere, se vogliono"

disse il libraio quando me ne stupii, quando gli chiesi come fosse possibile. Perché non si offendesse, gli spiegai che in Italia, in un paese di altrettanti abitanti (più o meno ventimila) spesso di librerie non ce n’è neanche una: fu lui a stupirsi. Nel pagare, mettendomi Duras in una bustina di carta, disse:

"Mi spiace."

Dispiaceva anche a me.

Da alcuni giorni, dunque, eravamo a Gabés, quasi sul mare. (Continua)

EL CHILAMATE - storia per chi non dorme

, , — Inviato da quantestorie @ 23:22

 

 
 
 
 

 

 

 

 

C’è in Nicaragua un albero che ha nome chilamate. É molto alto e ha molti rami e molte foglie verdi brillanti, grandi quanto la mano di un bambino. Fa anche molta ombra e le radici sbucano dal suolo come nastri dalle morbide curve, così che viene naturale, incontrandone uno, sedersi ad aspettare, per esempio, oppure solamente sedersi. A parte questo non sembra che ci sia in un chilamate alcunché di speciale, e invece c’è.

L’albero è sacro al sogno. (Continua)

NOTE BIOGRAFICHE (più o meno)

, — Inviato da quantestorie @ 13:14

 

 

 

 
 

 

 

Cuando quieran verme ya saben:
    búsquenme donde no estoy
    y si les sobra tiempo y boca
    pueden hablar con mi retrato.*

Pablo Neruda - Sobre mi mala educación

 

 

 

 

 

 

Nacqui subito femmina; in seguito, e con non poca fatica, sono diventata donna. Antipatica e ostinata come solo le persone intelligenti sanno essere (e come le donne veramente intelligenti dovrebbero fingere di non essere, dal che si può inferire che io sia più intelligente come persona che come donna: fate pure. Tanto poi vi confuto), venni in giovane età definita da Renato Nicolini, allora segretario della sezione del P.C.I. da cui in seguito provvidi a farmi espellere (per aver contravvenuto al quinto articolo dello statuto, di cui in rete non ho trovato traccia, il che – violenti o nolenti – equivale a dire che non ce n’è), “marxista-calvinista” per il rigore puntiglioso con cui affrontavo la vita.

Tale definizione non mi fu d’impaccio nell’attraversare gli anni che mi attendevano e nei quali mi lasciai andare a derive che mi impedirono di accumulare (o mi permisero di disperdere, tutto dipende dal punto d’osservazione) titoli di studio accademicamente impeccabili.

Fermamente convinta che le opere d’arte dovrebbero tutte e senza eccezioni essere costantemente a disposizione dei popoli e però altrettanto sicura che di contraddizioni si possa essere pieni o viceversa ricchi, apprezzerei il ladro che riuscisse a procurarmi Giuditta e Oloferne di Caravaggio, anche se oggi forse non lo appenderei più di fronte al letto. Forse.

Potessi viaggiare nel tempo vorrei trovarmi il 28 marzo del 1941 sulle sponde dell’Ouse, dove farei l’impossibile per salvare Virginia Woolf, e lo dico a costo di vivere la seconda guerra mondiale.

Parlo, leggo e scrivo in varie lingue nate in Europa. Riconosco con gratitudine di aver avuto maestri e maestre, da ciascuno e ciascuna dei quali ho appreso insegnamenti preziosi mai quanto il primo, “va’ e vedi con i tuoi occhi” (da mio nonno).

Sono piena di cicatrici e la mia vagina ha l’orlo a sopraggitto.

Tra tutti i doni ricevuti benedico la memoria.

So fare il pane e il vino, nuoto sopra e sott’acqua, vogo bene e so tenere la barra di un timone. Ho percorso finora circa mezzo milione di chilometri su questo pianeta senza mai guidare alcun mezzo di trasporto aereo o terrestre, nemmeno la bicicletta. In genere riesco a non odiare ma con le paranoie di potenza – guerra, sicurezza, dominio sul corpo e sul pensiero altrui, sfruttamento dei frutti della fatica d’altri – mi viene ogni giorno più difficile.

Vivo in campagna insieme a un uomo e una gatta e, grazie a dio, sono atea.

 

 

 

 

 

 

 

 * Quando vorrete vedermi, già sapete:

cercatemi dove non sono

e se vi avanza tempo e bocca

potete parlare col mio ritratto

   
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PER VIA DELLE OCHE

, , — Inviato da quantestorie @ 12:56

 

 

 

 

  
 

 

 

 

La luce era rimasta accesa: questa non ci voleva. Più di tre settimane fuori casa e ora, regalo di benvenuto, la luce ancora accesa al piano di sopra. Miracolo che la lampadina non si fosse fulminata. Miracolo che non fosse successo niente. A quel pensiero Chiara scoppiò a ridere: se ne erano successe, di cose!

Prese le chiavi, aprì la porta, tirò dentro i bagagli, la chiuse, attraversò l’ingresso, spense l’interruttore ai piedi della scala, entrò in cucina, mise il bollitore sul fuoco, accese la radio, si tolse le scarpe e finalmente si mise a sedere e chiuse gli occhi. Una musichetta idiota – il disco dell’estate che finiva – s’infilò in ogni angolo della casa vuota fino a riempirla, dichiarandola tornata a tutti gli effetti.  (Continua)

NUDO FATTO CRUDO

, — Inviato da quantestorie @ 12:32

 

 

 

 

 

 

   

 

 

È di nuovo maggio. Il ventuno? No, il ventitré. Gesù, di già. Gli scrutini sono alle porte.

Tore, in poltrona, si stira i muscoli nella penombra della finestra accostata quando la pendola suona le cinque; dormii troppo, si rimprovera, e inforcati gli occhiali va a scaldarsi il caffè.

Mezz’ora più tardi è immerso nella correzione dei compiti di greco. Senza preavviso una fitta, più acuta del solito, lo fa trasalire.  (Continua)

LA FACCIA DI UNA

, , , , — Inviato da quantestorie @ 12:19

 

 

 

 

 

 

 

 

Confusa, si guarda le mani. Sono le stesse, non c’è alcun dubbio. E allora? Perché dovrebbero essere diverse? E soprattutto, se non loro, che cosa è diverso? Per l’ennesima volta ripete (ma a chi?): dovresti guardarti in faccia; c’è uno specchio, di là.

E per l’ennesima volta no, non è proprio il caso.

Quando è successo: no, non quando, dopo. Dopo che è successo: no, nemmeno questo va bene. Non appena, ecco, così tutto va a posto. Non “appena è successo”, no, questo stabilirebbe un prima e un dopo al quale non è ancora pronta, o al quale non s’è ancora arresa, bensì “non appena”, un tempo ancora sospeso, privo ancora di forma.  (Continua)

IL SOGNO DI MICHELE

— Inviato da quantestorie @ 11:55

 

 
 
 
 

 

 

 

 

 

Quella mattina (i primi di luglio come ora, proprio un anno fa) Michele, sul terrazzo, mi disse di avere fatto un sogno.

Vedeva la città dalla finestra della sua stanza, però molto dall'alto, come se il suo palazzo avesse avuto almeno venti piani e la sua casa se ne stesse diciamo al diciottesimo. Nel cielo della città, tra i tetti delle case e sulle piazze, volavano in formazione centinaia di gatti, di tutti i colori ma principalmente neri. Volavano perché avevano le ali: ed erano fatte di libri aperti, con le pagine che battevano l'aria, nel silenzio della città (nei sogni di Michele la città è sempre silenziosa). (Continua)

BUONE NOTIZIE

, , , — Inviato da quantestorie @ 11:30

          

 

 

 

 

 

È una sera di quasi primavera. In mattinata Maddalena ha ricevuto una lettera: la sua amica Cristina, da Milano, le scrive che da lei fa ancora freddo e non è tempo di metter via il cappotto. Maddalena vive più a sud e legge seduta sul pavimento a gambe incrociate, in pigiama, davanti alla finestra socchiusa. Passa un aereo ma ben oltre le nuvole, se ne vedono solo le luci e non si sente alcun rumore.

In strada, proprio mentre Maddalena si alza ripiega la lettera e la mette nel cassetto del tavolino sotto il davanzale prima di ficcarsi a letto, un uomo torna a casa.  (Continua)

VOLO ovvero doppia storia dell’unica visione del doppio uccello

— Inviato da quantestorie @ 16:47

 

 

 

 

 

 

 

Raccontano, generalmente nei lenti tramonti di paese – ma da oggi forse inizieranno a parlarne, o meglio a dirne, con la massima semplicità possibile, anche negli aggrovigliati tramonti di città – che in un lago non lontano da qui viva un uccello del quale non si può sapere la natura, se non che essa è bianca o comunque chiara, e rapido il suo volo ascendente.

Il racconto, in un tramonto che era cauto per pudore e passione, e non per pigrizia né per prudenza o paura, non giunse da voce umana, né animale peraltro, bensì dalla forma delle ali di quell’uccello mitico: esse sbucarono insieme al suo corpo saettante dalle acque del lago di cui non dirò il nome, e si proiettarono in aria con una rapidità percepibile e festosa, perciò miracolosa.  (Continua)

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